Storia del Presepe Napoletano

di Adriana Bezzi
Presidente dell'Associazione Presepistica Napoletana

Natività

Il presepe nasce come rappresentazione di alcuni passi del Vangelo relativi alla venuta al mondo del Salvatore. In particolare, vi trovano spazio Il “Mistero”, ovvero la nascita del Bambino, l'”Annuncio”, ovvero l’apparizione di un angelo ai pastori, l’adorazione dei Magi e il “Diversorium”, l’albergo dove Maria e Giuseppe avevano cercato invano riparo.

Il presepe napoletano può sembrare invece una cosa diversa. Altro non appare se non uno squarcio della Napoli del settecento. I volti, le attività, i costumi sono quelli dell’epoca, parti di una capitale affollata e variopinta. Si fa quasi fatica a districarsi nella folla. Ma con uno sguardo più attento si possono individuare alcuni gruppi ben definiti.

Rustici AnnuncioInnanzitutto i protagonisti dell’ “Annuncio”, poveri pastori raggiunti dal messaggio divino della nascita del Redentore. E allora, ecco il “pastore che soffia sul fuoco”, quello “con la caprettina in mano”, Benino ( “il pastore che dorme” ), il “pastore della meraviglia” e quello “dell’adorazione”, lo “zampognaro” che suona e quello delle offerte. Così come è stato scritto, è una traduzione plastica “della Verità evangelica della Buona Novella annunciata ai poveri”. Accanto ai pastori, i primi a ricevere l’Annuncio, il Mondo. Ecco quindi gli esotici I Re Magi in cammino per rendere omaggio al Redentore. Diverse le razze, diverse le età, diversi i simbolici doni dei tre sovrani; un simbolo dell’universalità e trasversalità della Salvezza significata della nascita del Bambino. Il presepe napoletano traduce questo messaggio usando le facce, gli abiti, gli esempi di “esotico”, che erano propri della Napoli del settecento, metropoli al centro di traffici e crocevia di mercanti e nobili viaggiatori, città popolata di schiavi medio-orientali e nordafricani. E allora il corteo dei re Magi si compone di servi, donne, palafrenieri, cavalli, cammelli ed elefanti, occasioni per mirabili esercitazioni di esotismo, in cui riecheggia il ricordo dell’epica visita degli ambasciatori tunisini a Napoli agli inizi del seicento, immortalati anche dai pennelli del Bonito.

Taverna piccola BezziPoco più in là il “Diversorium”, l’albergo dove l’umanità godereccia, ai limiti di una rabelaisiana fantasia, dà il destro per la rappresentazione di quanto di più squisito potesse offrirsi agli occhi di un popolano dell’epoca. Sui banchi, nei trionfi di formaggi e latticini di ogni tipo, varietà di pane meticolosamente diversificate ( “ammazzaruto”, “cuotto”, “niro”, “sereticcio”, “spagnuolo”, “francese”, etc. ) le freselle, i casatielli, i fiaschi di vino d’Ischia e Grieco, i tortani, gli agnelli squartati e pelati, i quarti di maiale e di bue. E poi ancora le anatre uccise e appese, il castrato, i conigli, le frattaglie, il pesce in tutte le sue tipologie, gli arancini, gli struffoli, i cavolfiori, l’uva bianca e l’uva nera….. L’elenco potrebbe essere infinito, come il sogno di un popolano affamato, ma pago anche solo di rimirare queste delizie e di immaginarle sciogliersi in bocca. Intorno alle cibarie, tutta l’umanità e gli animali che avremmo potuto incontrare al mercato, sempre nella Napoli del tempo : i venditori, le massaie, le zingare che leggevano le mani tra i banchi, i giocatori di carte e di dadi, gli avventori della taverna, i cortei di cani, gatti, colombi. Ma anche vezzo esotico d’alto bordo, leoni, scimmiette e pavoni. In mezzo a questa folla indaffarata e coloratissima, il Praesepium. Un tempio, o meglio le rovine di un antico tempio. Le colonne, i resti di un frontone. Un omaggio a Pompei e a Paestum, appena ritrovate, e al gusto per le antichità classiche che allora conquistava i ceti alti, ma anche il simbolo di un paganesimo ormai in rovina, mentre si consuma il Mistero più grande mai avvenuto : la nascita di Dio. In quella scena così quotidiana ed affollata, il Mistero appare ancora di più come qualcosa di straordinario, eccezionale, fermato in un cono di luce divina. Un Miracolo, appunto: eccezionale nella sua differenza rispetto alla vita di ogni giorno, ma accessibile perché aperto alla vista e alla comprensione di chi quel quotidiano vive.

Pastori in cammino Bezzi

Napoli e il suo “Presepe”

Il termine latino praesepe ha assunto fin dall’antichità il significato di mangiatoia e in seguito, in senso traslato, di stalla, grotta; e anche se è evidente che il “presepe” come lo intendiamo oggi non ha una precisa data di nascita, in quanto si è andato formando attraverso un insieme di usi e di tradizioni nel corso dei secoli, è tuttavia tradizione poetica, oltre che di fede, che sia stato San Francesco a realizzarlo per la prima volta nella Santa Notte di Greccio nel 1223. Il presepe vivente di Greccio ebbe grande risonanza ed è indubbio che l’ordine francescano fu comunque il primo a favorire la diffusione delle rappresentazioni sacre a tutto tondo ed è a Napoli, dove i francescani furono protetti dagli Angioini e dove fondarono diversi conventi, che si può collocare cronologicamente uno dei primi presepi, donato nel 1340 dalla regina Sancia alle Clarisse, di cui è giunta fino a noi soltanto la statua della Madonna giacente.

E’ dunque per questo insieme di motivi che la tradizione del presepe attecchisce particolarmente nella cultura napoletana già dal XIV secolo, fino a interessare tra il ‘500 e il ‘600 anche grandi scultori come Giovanni da Nola e Pietro Ceraso; con il passare dei secoli il presepe si arricchisce poi anche di elementi laici che nulla hanno in comune con il Sacro Evento: il mercato, la fontana, la taverna sono tutti fattori tendenti a rappresentare il naturalismo e la realtà circostante, più che i canoni liturgici e le opere sacre, e che forgiano quindi i primi caratteri del barocco imperante in quel periodo.

Ma è il ‘700 il secolo d’oro dell’arte del presepe a Napoli; la città, ridivenuta capitale di un regno, vede rifiorire tutte le arti e l’arte del presepe si laicizza arricchendosi di elementi e personaggi che ricordano la vita quotidiana e che hanno ormai ben poco in comune con la sacra Natività. Il presepe diventa, così, specchio della vita quotidiana, con le miserie del popolino e gli splendori della nobiltà, ma non solo: grazie al talento di scultori come Sammartino e Vaccaro si arriva anche a mescolanze di sacro e di profano, addirittura alla confusione di epoche storiche diverse (l’antica e la contemporanea) e all’intrusione di elementi esotici.

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Al di là delle opere degli artisti maggiori, l’arte presepiale dà così vita anche ad una vasta produzione artigianale di squisita fattura che dà lavoro a una teoria di botteghe artigianali parallele: setifici con telai particolari, sarti, falegnami, cesellatori, argentieri ecc. Infine nasce il pastore di terracotta, accessibile a tutte le tasche e forgiato in tutte le misure, che diviene il protagonista del presepe dell’800 e che ancora ai nostri giorni è possibile ammirare in mille varianti diverse (alcune delle quali ispirate alle fattezze dei personaggi contemporanei) lungo l’asse della via San Gregorio Armeno, autentica mostra a cielo aperto di presepi popolari nel corso di tutto l’anno.

E’ bene dire che i presepi di oggi si ispirano, in particolar modo, ai presepi del ‘700 e dell’800, con la loro abbondanza di materiali diversi, la cura esasperata per i particolari e le innovazioni verso i tempi moderni o i presepi in miniatura, come quelli popolati da pastorini di qualche centimetro – chiamati “moschelle” – che ispirano eccellenti artisti e artigiani e che ogni anno invogliano frotte di collezionisti o di semplici esteti a rinnovare l’antico rito di “andar per presepi”.

Le scene che si presentano agli occhi dei visitatori hanno qualcosa di magico che induce allo stupore e alla meraviglia, oltre a rinnovare un antichissimo atto di fede: le dimensioni e i materiali più vari e diversi sono usati per creare un caleidoscopio di immagini, da quelle in miniatura a quelle quasi monumentali, da quelle più “povere” a quelle più opulente, ma tutte accomunate da una freschezza, da un’abbondanza di particolari e da una profonda bellezza che travalica la scena pura e semplice, giungendo al cuore di ognuno con un messaggio prepotente di pace e di amore. E i ricorrenti riferimenti alla vita quotidiana, con le piazze popolate da popolane, con le bancarelle ricolme di formaggi e di salumi e con i negozi degli artigiani ripieni di utensili si mescolano inestricabilmente al Sacro Mistero della Natività, formando un unico ed inscindibile insieme di sacro e profano, di umano e di divino, di trascendente e di terreno.

Nel periodo natalizio è così possibile, lungo le vie di Napoli, ammirare presepi piccoli o grandi, modesti o opulenti, tradizionali o moderni che si riverberano dalle vetrine dei negozi o che fanno da fulcro perfino all’interno della monumentale Galleria cittadina, facendo quasi toccare con mano la fede profonda degli artigiani, sempre più spesso autentici artisti, dell’entroterra napoletano.

Il tema del presepe lo ritroviamo anche all’interno del Castel Novo, più familiarmente noto come Maschio Angioino, uno dei monumenti più famosi di Napoli, risalente al XIII secolo, e insieme il primo caposaldo di quello che sarà nei secoli il centro del potere angionino, aragonese e borbone, come ben si può notare dalla stessa presenza del marmoreo Arco di Trionfo di Alfonso – che celebra l’ingresso a Napoli di Alfonso I d’Aragona nel 1443 – con chiara ispirazione ai grandi archi celebrativi di epoca romana.

Il bellissimo maniero ospita al suo interno un museo civico di pittura e scultura, la monumentale Sala dei Baroni e la Cappella Palatina; ma in periodo natalizio è possibile ammirarvi anche una splendida mostra di presepi realizzati con ogni tipo di materiale (legno, sughero, stoffe preziose, corallo, madreperla, ceramica ecc.) e con una cura per il particolare che ha davvero dell’incredibile. Questa mostra viene patrocinata dal Comune di Napoli e realizzata grazie al fondamentale contributo della “Associazione Italiana Amici del Presepio”, che si occupa di rinnovare costantemente la tradizione del presepe, mescolando temi tradizionali a motivi nuovi, e che riesce ad offrire uno spaccato estremamente significativo della cultura rituale del Natale.

Ma il periodo natalizio costituisce solo uno stimolo ulteriore alla visita di Napoli, che offre anche un variegato panorama di ulteriori realtà museali:. si va dall’arte più antica, quella dell’antico Egitto e della Magna Grecia, fino a giungere a forme di arte molto più moderne, quasi contemporanee, che la città partenopea custodisce gelosamente nelle sue pieghe più profonde e che lascia ammirare soltanto ai visitatori più attenti.

image003Tra gli itinerari di visita principali va sicuramente inserito quello che riguarda l’opulenta Reggia di Capodimonte che domina dall’alto la città. La Reggia ospita fin dall’epoca
della sua costruzione, avvenuta a metà circa del XVIII secolo, una collezione di opere d’arte di primissimo piano che comprende, nello scenario di sontuosa eleganza che ne caratterizza i magnifici saloni, sia dipinti di autori celeberrimi, quali Raffaello, Tiziano e Caravaggio per citarne soltanto alcuni (il cuore stesso della Collezione Farnese), sia uno splendido Museo Sacro, sia una raccolta di notevoli porcellane e maioliche, prodotte dalle maggiori manifatture europee, appartenenti alla Collezione dei Borboni. All’interno degli splendidi saloni di rappresentanza anche l’oggetto destinato agli usi più comuni sembra rilucere di vita propria trasformandosi, sotto gli occhi dei visitatori, in autentica opere d’arte; vale per tutti l’esempio delle numerose collezioni di splendidi servizi di piatti, in cui ogni esemplare è un dipinto autonomo, per esempio con un panorama naturalistico diverso, cosa che fa somigliare queste collezioni molto di più a miniature piuttosto che a “normali” servizi da tavola.

Un’altra tappa fondamentale nell’esplorazione dei musei napoletani è rappresentata, poi, dal Museo Archeologico; al suo interno sono conservate, oltre alle splendide gemme della Collezione Farnese e ad una sezione egizia che inalbera mummie perfino di coccodrilli di tutte le grandezze, anche gli splendidi affreschi parietali provenienti da Pompei, da Ercolano e da Paestum, oltre ad una serie di vasi della Magna Grecia di notevole bellezza e dimensione e di relative suppellettili di primaria importanza, sia dal punto di vista storico che da quello artistico. Non mancano collezioni di gioielli di oltre duemila anni fa che qualunque donna contemporanea sarebbe ben felice di indossare, corone d’alloro e contenitori in ceramica dalle forme più fantasiose, ma che si accompagnavano canonicamente soltanto ad alcune bevande e per alcuni usi specifici che innalzavano la semplice ceramica ad un componente essenziale della vita quotidiana.

Un’altra tappa da non trascurare riguarda, infine, il Museo di Palazzo Reale che nella cornice di sale e saloni splendidamente decorati ospita mobili, dipinti, sculture e porcellane di casa Borbone.

E poi ci sono i magici scenari del centro storico, tra Monte Oliveto e Santa Chiara, con quel chiostro famoso in tutto il mondo per le maioliche settecentesche di Giuseppe e Donato Massa; ci sono i vicoli e le stradine attorno al Duomo, con quel monumento al barocco che è la cappella di San Gennaro; ci sono le Catacombe di San Gennaro, il complesso cimiteriale paleocristiano più importante dell’Italia a sud di Roma, e l’area delle solfatare a Pozzuoli; e tanti altri angoli più o meno famosi che, avendo tempo a disposizione, Napoli sa offrire al turista curioso.

E a proposito di scenari suggestivi, non è da trascurare lo splendido panorama che si gode dall’alto dei merli del Maschio Angioino sul porto di Napoli, magari nell’obliqua luce del tramonto, quando i contorni delle cose si confondono, regalando una parvenza particolarissima di luce che ammanta d’azzurro il mare, il cielo e i vaghi contorni delle navi che sembrano salpare verso l’infinito, forse verso quelle stesse terre in cui duemila anni fa tutto ebbe inizio …

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